Dal manoscritto al libro

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Lucio Paolo Testi ci segnala questo bellissimo articolo (tratto da  http://www.treccani.it/enciclopedia/dal-manoscritto-al-libro_%28Storia-di-Venezia%29/ ), che volentieri condividiamo nella sua prima parte e potrete trovare il seguito al sito di cui sopra.

Buona lettura!

Dal manoscritto al libro

1. Produzione e commercio del libro prima della stampa

Nel primo Quattrocento Venezia è una metropoli cosmopolita, ricca, in piena espansione. Le merci vi abbondano, e fra esse non mancano i libri. Ne ha bisogno una società complessa, articolata, alla cui organizzazione e prosperità concorrono i più diversi mestieri, professioni, attività.

L’alfabetizzazione è elevata . La conoscenza della scrittura e qualche nozione di contabilità sono indispensabili a coloro che si dedicano al commercio; e sono numerosissimi, nella classe patrizia anzitutto, ma anche negli altri ceti. Il bisogno di istruzione è diffuso, anche in rapporto alla progressiva burocratizzazione dello Stato, che si riscontra nel Quattrocento in tutta l’Europa e che è particolarmente evidente nelle grandi città italiane. A Venezia tale processo è già in atto nel Trecento e anche prima. Nel 1345 erano sorti, per volontà del colto doge Andrea Dandolo, storico e giurista, i diplomatari contenenti gli atti relativi ai rapporti tra Venezia e gli Stati d’Oriente e d’Occidente, rispettivamente il Liber Albus e il Liber Blancus. Si erano formati già prima i registri dei Pacta, contenenti gli atti di diritto internazionale; vi erano poi i Commemoriali, in cui venivano trascritti gli atti di maggior rilievo per la città. Tale opera di riordinamento degli atti pubblici era espressione di un bisogno di registrazione e di documentazione, che si rifletteva in vari aspetti dei rapporti fra cittadini e Stato, rendendo sempre più necessario l’uso dello scritto. I patrizi in particolare avevano bisogno di una serie di prontuari di rapida consultazione per partecipare efficacemente alla vita politica e in particolare alle votazioni: elenchi di uffici e di persone ad essi preposte, notizie di famiglie, risultati elettorali .

Ciò presupponeva la presenza di un numero adeguato di scuole. A Venezia gli insegnanti erano molto numerosi: un centinaio, e forse assai di più . Essi venivano assunti non da istituzioni pubbliche, come accadeva in varie città della terraferma, ma dai privati , che si accordavano per stipendiare maestri di loro fiducia, ciascuno dei quali impartiva le sue lezioni a un numero variabile, ma certo non piccolo, di allievi. L’apprendimento seguiva regole antiche, e si attuava sulla scorta di testi non meno antichi. Il bambino muoveva i primi passi nella lettura avvalendosi della tabula (in veneziano tola): un foglio su cui erano tracciate le lettere dell’alfabeto, che veniva incollato su una tavola di legno appesa alla parete della scuola (onde il nome). Il maestro indicava sulla tavola le lettere con una bacchetta, e gli scolari si sforzavano di riconoscerle. Esistevano poi delle tavole più piccole (a Venezia, tolete) che riproducevano la maggiore e che ogni scolaro teneva con sé, per meglio seguire e ripetere la lezione. Una volta memorizzato l’alfabeto, si imparava a leggere col salterio (raccolta di preghiere e di salmi) o piuttosto con un estratto di tale libro, il psalteriolus, a Venezia psalterio picolo, psalterio da puti, contenente alcune delle preghiere più note, come il Pater noster, l’Ave Maria, il Salve Regina. Il passo successivo era lo studio del Donato, vale a dire dell’opera del grammatico Elio Donato, vissuto nel IV secolo, rielaborata e adattata in epoca più tarda. Il bisogno di tabule, salteri e Donati era grande, tanto che vi si provvedeva già nella prima metà del secolo con l’ausilio della xilografia: si stampavano tali testi elementari incidendoli su matrici di legno, come già alla fine del Trecento, come si accennerà, si faceva con le immagini dei santi. Accanto alle scuole di grammatica, basate sull’insegnamento del latino, esistevano poi le scuole d’abbaco, destinate alla formazione professionale del mercante: vi si insegnava l’aritmetica commerciale, il calcolo degli interessi e dei cambi, la suddivisione dei profitti e delle perdite, le stime delle merci, la tenuta dei libri contabili, la corrispondenza commerciale. L’insegnamento si svolgeva in volgare; la scrittura impiegata era la mercantesca, così chiamata perché diffusa appunto nel mondo del commercio . Vi accedevano giovani di solito provenienti dai gradi più bassi della scuola di grammatica, capaci ormai di leggere e in possesso di qualche nozione di latino. È probabile che in queste scuole maturasse l’idea di giungere alla lettura senza passare per il dominante latino, e si elaborassero quindi i primi sillabari in volgare.

Molti dei “latinantes” si fermavano al livello più basso, “a tabula usque ad introitum Donati”; altri proseguivano; quattro gradi d’istruzione ad esempio erano previsti a Treviso e a Chioggia . I discenti affrontavano, assieme e dopo il Donato, i Disticha Catonis, raccolta tardoantica di massime morali, il Liber Aesopi, compilazione del XII secolo, l’Ecloga Teoduli, operetta del X secolo in cui si contrapponevano in forma dialogica il vero e il falso, gli dei pagani e l’insegnamento di Cristo, il Liber Eve Columbe di Prudenzio, le opere di Prospero di Aquitania, il Physiologus. Vasta diffusione avevano il Catholicon di Giovanni Balbi, dizionario enciclopedico, e la massiccia opera grammaticale in versi di Alessandro di Villedieu, il Doctrinale. Fra i classici, i più letti nelle scuole erano Virgilio, Ovidio, Stazio, Lucano, Boezio.

È naturale che vi fosse una forte richiesta di questi testi, tanto maggiore quanto più elementare ne era il contenuto; se tutti chiedevano tabule e salteri, tanto da renderne conveniente la riproduzione xilografica, la domanda si restringeva via via per le opere di contenuto più impegnativo. Una domanda comunque esisteva: vi era chi nella classe patrizia e cittadinesca proseguiva negli studi per esercitare le professioni liberali, di medico o di giurista, o per intraprendere la carriera ecclesiastica; alla vetta vi era poi un’élite economica e culturale che cercava una cultura non finalizzata soltanto, o principalmente, alla carriera, ma che mirava ad un vero arricchimento spirituale.

Ci si poteva procurare il libro desiderato in due modi principali: si poteva trovarlo già confezionato, o farlo fare espressamente. I maggiori produttori di manoscritti erano i monasteri e i conventi. A Venezia essi erano molto numerosi e godevano generalmente di buone, talvolta ottime, situazioni economiche. Vi erano anzitutto vari monasteri benedettini, di diverse osservanze. Presso alcuni dei più importanti vi era uno scriptorium, organizzato ai fini della produzione di libri. Di regola si trattava di libri destinati all’accumulazione nel monastero stesso, ma spesso essi venivano invece venduti al di fuori del monastero. Il maggiore scriptorium veneziano era forse quello del monastero camaldolese di S. Michele in Isola; esso non lavorava solo per i monaci, ma anche per altri. Vediamo così Matteo Guidoni, abate di S. Maria degli Angeli a Firenze, consigliare nel 1401 a Tommaso Caffarini, domenicano senese trasferitosi a Venezia per darvi impulso al culto di santa Caterina, di rivolgersi all’abate di S. Michele per le necessità librarie del suo convento: quest’ultimo avrebbe fatto fare “per suos vel alios fidos” quello che serviva. Il monastero muranese cercava anche fuori di Venezia libri di particolare qualità artistica, come modelli per i miniatori del proprio scriptorium; per questo era in rapporto con il monastero fiorentino, che fornì allo scopo alcuni raffinati graduali. Nel 1422 furono acquistati a Firenze tre libri sacri, con una spesa di rilievo: 60 fiorini . Attorno al 1430 il monastero divenne sede di un laboratorio cartografico: in esso lavoravano Andrea Bianco e fra Mauro, autori di opere geografiche richieste in tutta l’Europa (come il famoso mappamondo, un esemplare del quale fra Mauro inviò a Enrico il Navigatore in Portogallo) .

Per i Benedettini la produzione di libri rientra nei compiti del monaco ed è raccomandata come opera di pietà. Diverso è l’atteggiamento degli Ordini mendicanti. Per i Francescani il libro è un mezzo da usare, non oggetto di possesso e di accumulo. Per i Domenicani esso interessa in quanto strumento dell’attività intellettuale e spirituale, sussidio all’insegnamento e alla predicazione: non importano pretiositas pulchritudo, contano legibilitas ed emendatio, per una lettura diffusa e controllata. L’acquisto di libri è incoraggiato (la diligenza del librarius si misura dall’incremento dei volumi durante il periodo dell’incarico), ma si considera secondaria l’attività di trascrizione rispetto allo studio e alla predicazione: ciò che conta è avere i libri a disposizione, comperati o trascritti che siano . Poteva comunque essere vantaggiosa per il convento la seconda soluzione; e infatti nel convento di S. Domenico di Castello e in quello dei SS. Giovanni e Paolo la produzione di codici era considerevole. Alle suore del Corpus Domini, che evidentemente trascrivevano codici abitualmente, Giovanni Dominici consiglia, nel 1401, di chiedere in prestito all’abate di S. Michele, per copiarli, i graduali del monastero muranese .

Monasteri e conventi non solo acquistavano e producevano manoscritti, ma anche li vendevano. La produzione cartografica di S. Michele non era certo destinata ai soli monaci. A due frati dei SS. Giovanni e Paolo pensa di rivolgersi, già nel 1335, Oliviero Forzetta, lo straordinario collezionista trevigiano studiato da Luciano Gargan, per comperare Seneca, Orosio e i commenti di s. Tommaso e Averroè alle principali opere di Aristotele . A S. Domenico si vendevano manoscritti anche nel secondo Quattrocento: ci rimane un libro di conti, ove risulta che vi si trascrivevano libri in buon numero, che venivano poi venduti: ciò negli anni 1460-1476 . Anche il monastero di S. Maria della Carità esercitava il commercio dei libri: nel 1461 comperava a Venezia (da Giovanni Morosini, dal libraio Gasparo) e vendeva al priore della Badia di Fiesole .

Alla produzione del libro attendevano, oltre agli istituti religiosi, artigiani specializzati: cartolai e librai. Anche se i termini venivano spesso usati indifferentemente, compito specifico dei cartolai era la fornitura dei materiali scrittorî (la carta, la pergamena semilavorata) mentre il librarius produceva e vendeva il prodotto finito. Al cartolaio toccava conciare la pergamena, raschiarla, riunirla in fascicoli; quanto alla carta, doveva fascicolarla e darle il formato richiesto. Subentrava poi il libraio, che curava direttamente, o attraverso suoi collaboratori esterni o dipendenti, la copia; poi, se del caso, il codice passava al miniatore; seguiva, ma non sempre, l’ultima fase, quella della legatura. Il libraio provvedeva poi alla vendita . I librai veneziani (detti anche bidelli; il termine a Venezia, come attesta il Filelfo, equivaleva a librarius publicus)  erano numerosi anche prima della stampa ed avevano le loro botteghe nei punti più diversi della città. A S. Salvador aveva sede quella dell’incauto acquirente di un libro rubato nel convento dei Crociferi da un tal Antonio detto a tabuleis, a S. Canciano era sito il negozio di un altro cliente di Antonio, che paga due ducati per un libro rubato a S. Zaccaria , a Rialto risiedeva mastro Nascimbene a cartis, che compera una schiava nel 1421 . Molti svolgevano la loro attività nelle Mercerie, come il “bidellus” di cui parla il Filelfo a Pietro Tomasi, la cui “taberna libraria” era situata appunto “euntibus ex Rivoalto ad forum divi Marci ad dextram”, o come Gasparo e Niccolò, che poco dopo il 1440 avevano il loro negozio sul ponte sito al mezzo di tale strada; negli stessi anni Giacomo di Giorgio aveva una bottega in salle Lunga a S. Maria Formosa e altre nella zona, mentre Giovanni d’Alemagna esercitava la sua attività in Strazzaria .

Copisti e miniatori non lavoravano solo negli scriptoria dei conventi o per i librai: spesso, anzi nella maggior parte dei casi, essi entravano in contatto diretto con i committenti, pubblici e privati, e si impegnavano verso di loro, con accordi verbali o scritti, a fornire la copia di un’opera o la sua illustrazione.

Fra i copisti professionisti, operanti per lucro, si distinguevano i notai. I notai padroneggiavano la tecnica della scrittura ed è naturale che fosse loro richiesto di trascrivere non solo atti giuridici, ma anche testi diversi. A Venezia appartenevano spesso al clero. Quello del notariato ecclesiastico era un uso antico, che nel Quattrocento sopravviveva soprattutto a Venezia: ciò sino ad un decreto del 1433 di Eugenio IV, che era un patrizio veneziano ed aveva visto coi suoi occhi i preti della sua città intenti a rogare atti patrimoniali per parecchie ore al giorno, incuranti dei loro doveri religiosi. La disposizione papale mirava a porre fine a quell’antico costume, uniformando la situazione veneziana a quella del resto d’Italia; ma non sembra vi riuscisse, se il maggior consiglio doveva reiterare il divieto, con decreto del 19 gennaio 1474 m.v., motivandolo con l’opportunità di consentire ai cittadini laici dotti e virtuosi di “sostentarsi con le famiglie” nelle corti di Palazzo o negli uffici di Rialto. Ma neppure questa disposizione ebbe effetto, se il maggior consiglio dovette ripeterla il 28 giugno 1521, riferendosi in particolare agli uffici dipendenti dai procuratori di S. Marco .

Un’altra categoria di copisti di grande dignità e prestigio era quella dei membri della cancelleria. Anch’essi avevano grande dimestichezza con la scrittura in relazione ai loro incarichi e veniva quindi loro richiesto di trascrivere opere letterarie. È probabile che essi svolgessero tale attività occasionale di copia non solo per lucro, ma anche per altre ragioni: per compiacere i loro superiori patrizi, che delegavano volentieri l’onere della copia, impegnati com’erano nella politica e negli affari, o per procurare determinate opere a se stessi o al proprio colto entourage. Michele Salvatico, ad esempio, notaio presso i capi sestiere, copia numerosi codici per Francesco Barbaro . Giovanni Marzi di Castelbaldo trascrive un Terenzio per Andrea Foscolo, quando è addetto alla cancelleria di quest’ultimo, capitano a Vicenza nel 1424 .

Cancellieri e notai sembrano dominare a Venezia il mondo della scrittura: lo dimostra anche il prevalere delle forme grafiche notarili-cancelleresche.

Nei pressi dell’entrata del palazzo Ducale si affollavano poi degli scribi, la cui esistenza è ampiamente documentata per gli ultimi secoli della Repubblica, ma che con ogni probabilità operavano già nel Quattrocento: essi informavano avvocati e clienti circa l’andamento delle loro cause, segnalavano nascite e morti patrizie, comunicavano i risultati delle elezioni. Ad essi era dovuta la copia e probabilmente anche la compilazione dei prontuari necessari ai nobili per partecipare alla vita pubblica: brogetti consegi, contenenti i risultati delle elezioni, libri d’oro, con le notizie aggiornate circa le famiglie patrizie, zucchette, con informazioni relative agli uffici .

Una singolare categoria di copisti era rappresentata dai prigionieri: anche a Venezia, come altrove, i carcerati che possedevano l’arte dello scrivere venivano utilizzati come scribi. Così Giovanni Soranzo di S. Giovanni in Bragora si fa copiare la Commedia da un mantovano detenuto nelle pubbliche prigioni, che termina l’opera nell’agosto del 1498 . I carcerati con questa e altre prestazioni lavorative potevano mantenersi in prigione e finanziare alcune loro attività comuni; potevano anche giungere a rimborsare così i loro debiti.

Molti copisti erano poi forestieri: soprattutto in età umanistica le persone capaci di scrivere con eleganza si spostavano da una città all’altra, seguendo le richieste dei committenti. Così Giovanni Aretino, uno dei primi ad usare la littera antiqua, lavora per qualche tempo a Venezia . Così Biagio da Ragusa copia codici petrarcheschi nella casa di Paolo Loredan, nel 1435 . Zuan Todesco trascrive codici umanistici per Leonardo Sanudo . Un’estrema mobilità caratterizza questi scribi, che vagano nell’Europa alla ricerca di commesse, precorrendo il peregrinare dei primi tipografi, anch’essi come i loro precursori amanuensi alla ricerca di finanziatori, ovunque si trovino.

Un’analoga mobilità si riscontra in un’altra prestigiosa, raffinata categoria di artigiani che partecipano alla produzione del libro, quella dei miniatori. Nel primo Quattrocento ricercata a Venezia e altrove è l’opera di Cristoforo Cortese, che si cimenta anche nella nascente xilografia; nella seconda metà del secolo a Leonardo Bellini, veneziano residente, si affiancano personaggi come il mantovano Franco de Russi, come Marco Zoppo, Girolamo da Cremona, Giovan Pietro Birago, Antonio Maria da Villafora, peregrinanti da una corte all’altra dell’Italia settentrionale al seguito delle commesse ricevute o sperate .

Di grande livello artistico era anche la legatura, ispirata a modelli bizantini, islamici, orientali, ovvero rispondente a canoni di semplice eleganza umanistica; ai raffinati artigiani che la praticavano non tutti i raccoglitori di libri si rivolgevano, perché spesso ci si accontentava di tenere il libro “desligado”, a risparmio di spese .

Nel processo di produzione del libro l’importanza dei produttori di carta e di pergamena era certo grande, al pari di quella dei venditori all’ingrosso di tali materiali. Nell’era della stampa gli Agostini, banchieri operanti anche nel commercio della carta, appaiono coinvolti nell’attività di alcuni tipografi, come si accennerà; alla fine del secolo i Barbarigo, proprietari di cartiere, sosterranno l’azienda editoriale di Aldo . Per il periodo anteriore alla stampa, ben nota è l’importanza, a Roma, dei Massimo, fornitori della Curia romana; e anche a Venezia i grandi commercianti del settore avranno influenzato il mercato e i costi di produzione.

Alla vendita dei libri provvedevano i privati, con scambio diretto fra loro, e i produttori stessi: i monasteri, i conventi, i librai. La vasta presenza di istituti religiosi e i non pochi librai di cui ci è giunta notizia inducono a ritenere che il commercio librario fosse vivace, grazie anche all’atmosfera stessa della città, in cui la mercatura faceva parte integrante della vita quotidiana. Vi partecipavano librai di rango, come quelli che servivano Oliviero Forzetta, ma anche personaggi assai più modesti, come quella rivendugliola ai Carmini cui il già incontrato Antonio ruba un libro nel 1363, rivendendolo per 16 soldi di piccoli; o quel tartaro, probabilmente uno schiavo affrancato, che teneva sul balcone nel 1396 “unus breviarius portatile ad vendendum” chiedendone 6 lire di piccoli; o quella schiava abitante a S. Cassiano che esponeva sul balcone, per venderli, uffizi, salmi, orazioni in volgare . Una qualche forma di commercio librario esisteva già nel Duecento: Iacopo abate di Moggio si era procurato a Venezia una decina di libri di argomento sacro, poco dopo il 1240 . Non ci è dato sapere a chi si fosse rivolto: se a conventi, a librai, o ad altra fonte. Rimane il fatto che era riuscito a trovare a Venezia ciò che gli interessava. Il libro faceva dunque parte dell’orizzonte mentale dei Veneziani già molto prima dell’era della stampa: era un oggetto che si incontrava facilmente, che si comprava e si vendeva in ogni parte della città.

Una fonte importante per l’approvvigionamento di libri erano le aste che i procuratori di S. Marco organizzavano per realizzare i beni delle commissaríe loro affidate: se nell’asse di chi non aveva lasciato eredi legittimi o testamentari erano compresi libri, o ve n’erano nel patrimonio di chi aveva nominato i procuratori esecutori testamentari, essi venivano venduti all’incanto al pari degli altri oggetti. All’asta dei beni di Pietro Corner, che si svolge in due tempi, nel 1417 e 1420, risultano assegnatari di libri un medico, un noto umanista e matematico (Giacomo Languschi), un ecclesiastico, quattro patrizi. Numerosi medici, provenienti da ogni parte d’Italia, sette patrizi, un prete, un libraio si aggiudicano i libri all’asta dei beni di Pietro Tomasi, nel 1461-1464. Partecipa con successo all’incanto anche un inglese, Giovanni: forse il famoso umanista e statista John Tiptoft, conte di Worcester . Alle vendite concorrevano quindi persone di ogni ceto, e a quelle più importanti partecipavano anche forestieri, a prova della fama di cui Venezia godeva, già prima di affermarsi come grande centro tipografico, di luogo privilegiato per il commercio librario.

Naturalmente i libri non erano solo comprati e venduti; erano anche rubati (una forma di circolazione, seppure vietata dalle leggi), prestati – e di ciò si tratterà a parte – e donati. Poteva trattarsi del dono di un uomo di cultura ad un altro, o dell’omaggio di un fedele alla chiesa o al monastero più frequentato o più apprezzato, o persino del dono dell’amata al dotto amante, come nel caso dell’umanista veneziano Andrea Contrario, che riceve in regalo dalla monaca di cui si era invaghito a Firenze, nel 1462, alcuni “graecos codices” e un vasetto d’argento .

I libri percorrevano grandi distanze, giungevano a Venezia da ogni parte dell’Europa e lasciavano la città per le più diverse destinazioni, in un movimento che preannunciava quello di più grandiose proporzioni dell’era della stampa. Nel 1392 Giovanni Contarini, che si era dato alla carriera ecclesiastica, è a Oxford per conseguire il dottorato “in artibus”, mentre il fratello Andrea viaggia per commerciare fra Damasco e Beirut e il maggiore, Ruggero, rimane a Venezia per dirigere l’azienda famigliare. Dall’Inghilterra Giovanni invia libri “per lo piovan”; ne è evidentemente destinatario un ecclesiastico amico di famiglia. In un’altra lettera di molti anni dopo (Giovanni è ancora in Inghilterra), Ruggero informa il fratello che nell’estate (del 1407) sarebbe giunta laggiù, con il convoglio delle galere, quella di ser Marco Miani: questi aveva l’incarico da Pietro Miani, suo congiunto, di ritirare “tuti y so libri” . Evidentemente Pietro Miani, noto come uno dei primi umanisti veneziani, aveva fatto acquisti anche in quel lontano paese. Ruggero esorta il fratello ad approfittare della galera del Miani per mandare a Venezia anche i libri suoi. Si sarà trattato di opere teologiche, dati gli interessi di Giovanni (che, pur dedito agli studi sacri, non trascurava durante il soggiorno a Oxford di trattare la vendita di spezie e coloranti per conto dell’azienda famigliare); quanto ai libri di Pietro Miani saranno stati anch’essi di materia religiosa, dato che il Miani aveva intrapreso la carriera ecclesiastica: a meno che non si trattasse di qualche opera di interesse umanistico.

Il movimento di libri dall’estero e verso l’estero assumerà proporzioni più ampie con il trionfo dell’umanesimo: si accennerà agli acquisti di Leonardo Giustinian a Firenze, ai molti cultori del greco che si approvvigionavano di codici greci in Levante, ai corrispondenti degli umanisti veneziani che si procuravano loro tramite codici a Venezia o che li acquistavano sul posto durante i soggiorni nelle lagune. Un flusso continuo, che spesso percorre le stesse vie delle altre merci, destinato ad un imponente incremento con l’avvento della stampa.

Tale vasta circolazione caratterizza soprattutto il libro latino, opera di produttori professionisti: i religiosi, scribi per antica tradizione, i librai, i copisti a fini di lucro. Ma vi era un’altra categoria, vasta e composita, di copisti: quelli occasionali, non professionisti, che trascrivevano non per guadagno ma per altre ragioni.

Alcuni di questi ultimi, benché indifferenti all’aspetto economico dell’opera di copia, appartenevano al mondo umanistico e si collocavano quindi nei grandi circuiti culturali. Uno dei primi ad usare la littera antiquo, appena adottata da Poggio Bracciolini, è un patrizio, Girolamo Donà, che copia nel 1412 un Catullo, nel 1413 un Cicerone . Il Donà, nipote del colto bibliofilo e umanista Pietro Donà, vescovo di Padova, non aveva certo bisogno di trascrivere quei codici di sua mano: ma lo faceva per il piacere di sperimentare le novità grafiche che andavano diffondendosi in quegli anni. Così Gasparino Barzizza copiava a tale scopo passi di Cicerone . Anche il dotto zio di Girolamo si compiaceva di trascrivere codici, come un Nonio Marcello, nel 1415. Leonardo Sanudo copia nel 1446, mentre è a Zara, un libro di massime morali e più tardi, durante il soggiorno a Ferrara, vari codici, fra cui un Virgilio e un Lattanzio . Bartolomeo Paruta conclude nel 1457 la trascrizione di scritti di s. Agostino e s. Bernardo . Giovanni Gradenigo copia di sua mano un Sallustio . Pietro Dolfin, figlio del noto cronista Zorzi (Giorgio) Dolfin, trascrive codici con virtù di abile disegnatore e calligrafo . Raffinato copista è Bernardo Bembo . Vi è in questi intellettuali coltissimi il forte desiderio di trovare nuove espressioni grafiche, nuove soluzioni nella scrittura; e vi è il gusto per uno scrivere elegante, moderno, formalmente perfetto, in cui l’armonia del testo classico abbia a trovare un riflesso nella proporzione delle lettere e nella composizione della pagina. In questi casi il copista dilettante gareggia nei temi e nella capacità grafica con il professionista, rivolgendosi alla stessa élite, che parla lo stesso linguaggio in tutta l’Europa.

Ma vi sono molti altri copisti occasionali, non professionisti, che operano per diversi motivi: per soddisfare i propri bisogni culturali; o per annotare per sé e per pochi amici informazioni utili alla vita quotidiana e al lavoro. Il prodotto della loro fatica è un libro che non aspira alla grande diffusione, ma che è destinato per sua natura ad un “microcircuito” famigliare: alla fruizione del copista stesso, dei parenti, di qualche amico .

Tra i copisti non professionisti occupano un posto di rilievo quelli che trascrivono per proprio diletto libri in volgare: poesie, opere di devozione, romanzi. Alcuni copisti di questo tipo appartengono al ceto patrizio. Nei momenti di otium consentiti dai pubblici uffici e dalla mercatura, essi trascrivono i testi più amati, per goderli nella casa, per farne oggetto di lettura in comune con i famigliari, per scambiarli a prestito con gli amici più intimi. Ma vi erano copisti anche di altre classi sociali; e trascrivevano per proprio uso testi sacri anche donne, se è, come sembra, veneziana quella Maria che confeziona per sé un libro di preghiere, nel 1486 .

Oggetto di numerose trascrizioni è anzitutto Dante. Da quando Giovanni Querini, suo contemporaneo, aveva mandato il divino poema ad un amico accompagnandolo con un sonetto laudativo (e ciò avveniva prima del 1330) , l’amore per la Commedia non era mai venuto meno nella nobiltà veneziana. Vediamo così Marin Sanudo trascrivere l’intera terza cantica con commento, terminando l’opera a Montagnana, l’8 febbraio 1422 : si tratta dell’avo dell’omonimo diarista, anch’egli cultore di Dante. Negli ultimi anni del secolo si applica alla trascrizione della Commedia il patrizio Antonio Zantani. Al principio del Quattrocento Zorzi (Giorgio) Zancani copia invece la Vita di Dante del Boccaccio . Giacomo Gradenigo fa di più: non solo trascrive di suo pugno l’intero poema e lo adorna di miniature di sua mano, ma compone un’opera sua ispirata alla Commedia. Altrettanto aveva fatto anni prima Giovanni Girolamo Nadal con la sua Leandreide. Devotissimo a Dante, il Gradenigo fu anche podestà a Ravenna nel 1413: elezione da lui certo sollecitata, in quanto gli offriva la possibilità di venerare la tomba del poeta. Nel 1417 lo vediamo anche assicurarsi, all’incanto dei beni di Pietro Corner, una “figura Dantis picta in tabula” che faceva parte del patrimonio del defunto.

Le opere petrarchesche venivano del pari trascritte negli scriptoria domestici dei patrizi: il 10 marzo 1450 completa la sua trascrizione di Trionfi Rime Giacomo di Giovanni Nani, che dichiara nel colophon “giamai piacermi puote cosa vile”. Un altro gentiluomo, che si firma “B. Maurocenum Venetum” (forse il diplomatico Barbon Morosini), copia opere petrarchesche a Roma nel luglio 1469 . Leonardo Giustinian, il famoso umanista e poeta in volgare, trascrive di suo pugno il Canzoniere, da un codice ch’egli dichiara scritto dal poeta stesso di sua mano . Anche il Boccaccio veniva letto e copiato, come dimostrano i codici superstiti .

Vi era chi si costruiva con un’opera paziente di copia un’intera biblioteca in volgare: è il caso di Andrea Vitturi, che trascrive di suo pugno, dal 1456 al 1468, una decina di opere, lavorando nella sua casa di Venezia, a S. Agnese, o nella piazzaforte di Novigrad ove era castellano nel 1460 . La raccolta, frutto del suo lavoro di copista, mostra la lunga persistenza delle tradizioni medievali nella cultura del patriziato e insieme dà l’idea degli orizzonti intellettuali di un patrizio di media cultura e di medie fortune quale egli era; non si può dubitare che quei libri che egli copiava di persona non corrispondessero esattamente ai suoi bisogni culturali e ai suoi interessi. Vi sono poemi cavallereschi: la storia di Fioramonte di Durazzo e di Alessandro, la storia della “beata Guielma regina d’Ongaria”; quest’ultima era stata trascritta da un “libereto del egregio homo ser Matiozo, dignissimo scrivan dell’ofizio dell’armamento”; di quell’ufficio era “segnor” lo stesso Vitturi, che condivideva i gusti del collaboratore e che conversava evidentemente con lui anche di cose letterarie. Vi sono laudi in volgare della Vergine e di s. Giovanni Battista, in versi; vi sono opere di sapienza morale di sapore popolaresco, come il libro “dei sette savi” e quello contenente i detti di un “filosofo muto”; non mancano il trecentesco Fior di virtù, che in quaranta brevi capitoli tratta di altrettanti virtù e vizi, con esempi tratti dal mondo umano e animale, e la non meno diffusa Lezenda de Iosafat e Verlam (si tratta, come noto, della versione cristiana della vita di Budda, un testo che al pari del precedente si leggeva anche nelle scuole). Il Vitturi si trascrive anche un libro “de natura de animali”, una traduzione in volgare del De regimine rectoris di Paolino minorita e una cronaca di Venezia in terza rima. Egli si accontenta di opere di qualità modesta; ama la poesia nelle sue forme più semplici, cerca qualche informazione di storia e di politica; e scrive tutta la sua biblioteca da sé. Andrea non era solo nello scriptorium famigliare: vi erano anche il padre Niccolò, che nel 1445 finisce di trascrivere il Milione di Marco Polo, e il figlio Antonio, che nel 1464 conclude la compilazione di un sommario di storia veneziana.

I copisti che operano per diletto sopravviveranno alla scoperta della stampa. Raffinate sillogi poetiche verranno trascritte per il piacere del raccoglitore; in tal caso la trascrizione ha uno scopo strettamente intimo e privato, non mira a far circolare testi ma soprattutto ad assicurarne il personale godimento (54). Si copieranno anche altri tipi di testi: come opere rare non disponibili a stampa; o come opere proibite, che non si riesce altrimenti a reperire sul mercato; o più tardi foglietti contenenti notizie di politica estera.

Altre categorie di opere che venivano trascritte in ambiente patrizio e spesso dai patrizi stessi erano le cronache di Venezia: si trattava di scritti di contenuto storico (la storia, come si accennerà, era il principale interesse del patriziato) che peraltro avevano un’utilità pratica non indifferente, dato che costituivano strumenti per la comprensione della vita politica, cui il nobile si dedicava. Vi erano poi le cronache delle famiglie, compilazioni cui prendevano parte più generazioni, contenenti annotazioni relative alle vicende del casato, destinate alla lettura non soltanto individuale ma anche, probabilmente, collettiva nell’ambito del microcosmo famigliare: forse apparteneva a questo tipo di opere quel “libro de chà Sanudo” che Leonardo Sanudo prestava di frequente, come si accennerà, ai parenti e agli amici più intimi.

Fine prevalentemente pratico avevano poi alcuni manoscritti compilati per fissare e trasmettere informazioni di ordine tecnico. È questo il caso delle “raxion dei marineri”: manuali nautici, che raccoglievano note e materiali di interesse marittimo. Compilatori e copisti erano persone del mestiere: si trattava in sostanza di appunti destinati all’estensore stesso per sua memoria e ai congiunti e agli amici, senza pretese di organicità . Per il Quattrocento ne rimangono sei, che danno l’idea del genere: contengono note di architettura navale, notizie astronomiche, “martelogi” ovvero regole per il calcolo della rotta, informazioni su coste e porti, regole matematiche, consigli per formare una compagnia o per commerciare all’estero. I compilatori sono soliti aggiungervi anche poesie, spartiti musicali, preghiere, informazioni di vario argomento: tutto ciò che desideravano ricordare, perché poteva interessare o divertire.

Analoghe finalità e caratteristiche hanno altre raccolte mercantili, denominate usualmente, con voce araba, Tariffe, in cui l’accento viene posto sul commercio più che sulla tecnica navale. Vi si tratta di pesi, misure, monete e cambi, merci, dazi; talvolta vi sono notizie sui porti e sul modo migliore di accedervi. Ne è esempio ben noto lo Zibaldone da Canal, che nel 1422 era in possesso di un membro di quel casato, Niccolò. Esso consiste in una sorta di vademecum risalente alla prima metà del Trecento, in cui sono riassunte molte nozioni utili al mercante (di matematica, navigazione, tecnica commerciale) ; ma vi sono anche nozioni mediche, preghiere, proverbi, massime morali, poesie, frammenti di un romanzo, quasi a formare un sommario degli interessi culturali del patrizio mercante.

Forse sul modello degli zibaldoni mercanteschi si formavano analoghe sillogi, prive peraltro di prospettive mercantili o marinare. In una di queste compilazioni, risalente agli anni 1453-1479, sono contenuti trentatré diversi argomenti: preghiere, rime, canzoni, novelle . Vi sono brani dei Trionfi, laudi di Leonardo Giustinian, nozioni mediche, la storia di Attila “frazelo dei”, un lamento per l’eccidio di Costantinopoli, una lista di elettori ducali, l’elenco dei dogi: una piccola biblioteca utilitaria e insieme storico-letteraria, condensata in duecentodue carte.

Anche nel mondo umanistico si compilavano analoghe, anche se più dotte, sillogi, come il codice steso di sua mano da Daniele Vitturi, patrizio umanista, che incontreremo più oltre: contiene opere di Eusebio, Beda, Niccolò di Lira, e altri, nonché una confutazione del Talmud. Il carattere personale della silloge, che doveva essere particolarmente cara al suo autore, spiega forse il giuramento ivi scritto di non concedere il libro ad alcuno: proposito invero eccezionale in una Venezia in cui la circolazione del libro a mezzo del prestito era incessante. Non dissimile natura dovevano avere i libri di “correctiones” e di estratti messi assieme con tanta cura negli anni da Lodovico Foscarini, che difatti ne vieta, come si dirà, l’alienazione anche dopo la sua morte .

Al mondo mercantile ci riconducono i vocabolari bilingui, veri e propri manuali di conversazione pratica, in forma di dialogo, talvolta di sorprendente vivacità. Ve n’erano di veneto-greci e veneto-turchi, di cui poco è rimasto: ne restano vari veneto-tedeschi, ad uso della prospera colonia germanica a Venezia e dei mercanti che con essa entravano in rapporti d’affari .

Da quanto precede risulta evidente che vi era una grande varietà di libri, sia dal punto di vista della qualità sia della valutazione economica. Il prezzo dei libri sacri era molto elevato: probabilmente perché spesso miniati, e in pergamena o carta di buona qualità. Un breviario grande lasciato dal prete Antonio David nel 1417 vale 50 ducati, 34 un “missale pulchrum de pulchra litera” nel 1420, 32 un altro messale indicato nello stesso testamento, 11 un breviario. Addirittura 60 ducati d’oro è stimata una Bibbia di proprietà dei canonici di S. Giorgio in Alga . Le stime più alte alla già ricordata asta Corner riguardano due codici contenenti parti della Bibbia: 5 e 8 ducati.

All’asta di Pietro Tomasi il pezzo forte è un Tolomeo, probabilmente corredato di carte: lo compera “Iohannes de Engeltera” per la cospicua somma di 58 ducati; segue un “librum in greco” che Raffaele de Trieste, probabilmente lo Zovenzoni, si assicura per 32 ducati . Un “doctrinale glossato” è a pegno a fronte di un prestito di 11 ducati, a fronte di 17 un Terenzio. Un libro con “totum Avicenna” vale 14 ducati. Nel 1442 una “Rhetorica nova et vetus” è valutata 4 ducati, 4 “un officio della Madonna”, 2 un Sallustio, 3 un “Doctrinale” .

All’asta Corner, due “parte de Dante in volgar” sono stimate 2 ducati, e aggiudicate per 9 lire e 10 soldi; 3 ducati vale un trattato di “loicha”. Gli altri pezzi hanno stime inferiori . All’asta dei beni di Pietro Tomasi i Problemata di Aristotele vanno venduti per 6 ducati e 12 soldi, per 8 ducati circa un Galeno, per 6 un’opera di Gasparino Barzizza; gli altri pezzi valgono in media 2 o 3 ducati .

Non dissimili i costi dei libri confezionati su commissione. L’anonimo committente di un codice contenente il De anima di Giovanni di Gand paga la copia 4 soldi e 2 denari per la singola carta. Se il codice può essere identificato, come sembra possibile, con uno conservato alla Marciana, il costo globale del lavoro di copia si sarebbe aggirato sui 3 ducati, cui sarebbe da aggiungere il costo non irrilevante del materiale scrittorio (66). Si tratta in generale di valutazioni che non si discostano da quelle correnti in Italia e in Europa .

Per comprendere appropriatamente il significato di queste cifre, si possono ricordare alcuni prezzi di beni di consumo degli anni 1459-1464: con 13 soldi si compravano due polli, con 6 un’anitra, con 5 un grosso colombo, con 8 due libbre di cacio, con 4 uno staio di farina; 2 soldi bastavano per due porzioni di moleche e per una di go (crostacei e pesci comuni), per quindici limoni, per una libbra d’uva. In un ducato stavano – di regola, almeno 124 soldi, sicché con esso si potevano comprare parecchi beni di consumo. Il fitto di una bella casa, stando a Marin Sanudo, ammontava a 100-120 ducati l’anno. Un gondoliere al servizio di una famiglia percepiva mensilmente “il consueto uno ducato et le spese”. Uno stipendio di 120 ducati annui era considerato buono: era quello assegnato, nel 1460, ai professori della Scuola universitaria di S. Marco. Un palazzo sul Canal Grande valeva in media 10.000 ducati; qualcuno anche 20.000. Alla fine del Trecento una schiava circassa dell’età di 26 anni costava 46 ducati; 34 ne costava nel 1421 una schiava bosniaca della stessa età .

Comprar libri era certamente un investimento non da poco. A Giovanni Contarini, che si trova a Oxford, come si è detto, e che vorrebbe comprare dei libri di teologia, il fratello Ruggero scrive che ci vuol pensare, e che sentirà il consiglio di “quel benedeto letor de S. Domenego” (si tratta del celebre predicatore Giovanni Dominici, giudicato molto competente nella materia). E aggiunge: “ma pur a mi par che cusì tosto non devese voler meter tanti dener in libri, salvo in quelli ve bisogna per lo prexente, e meté mente che, per quello che io aldo [sento, odo>, el se fa de gran bachalarie tra y scholeri, e perhò vardé cho spendé y dener, e feve ben chonsiar [consigliare>. Priego Dio in questo et in altro v’amaistra a far la so voluntade, ma mi non par el sia senno a meterse in libri de theologia 2 ni 3 ani avanti che y besogna” . Spese così rilevanti andavano fatte al momento giusto, e sentiti gli esperti.

Il possesso di libri di buona qualità era dunque limitato, di necessità, a chi disponeva di buoni mezzi; ma, come si è visto, circolavano anche libri, soprattutto in volgare, di modesto valore venale, nonché immagini xilografiche, salteri, libretti scolastici di poco prezzo.

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